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Il calo demografico e la scomparsa delle scuole in Italia

Il numero delle nascite in Italia è in calo da diversi anni. Solo nel 2008 si è registrata una controtendenza e da allora è stata una continua perdita di nuovi nati, alla quale fa da contraltare un’aspettativa di vita più lunga.  Ne consegue che siamo tra i paesi più vecchi d’Europa e rischiamo di perdere sempre più popolazione e potere negli anni. Le ricadute si vedono in tutti i macrosettori, dall’economia agli investimenti fino alla scuola. Dopo una riorganizzazione sul territorio, che aveva visto una maggiore diffusione di scuole di ogni ordine e grado in tutte le regioni, si sta tornando indietro con chiusure sempre più frequenti e mobilità del corpo docenti. Un’emergenza da affrontare con soluzioni che tengano conto di tanti aspetti della società del futuro.  Approfondiamo il discorso scuole e le conseguenze del calo demografico su iscritti e potenzialità future.

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Calo demografico in Italia: i dati

 L’ultimo report pubblicato dall’Istat, relativo all’anno 2023, parla chiaro: rispetto al 2022 ci sono stati 14.000 nati in meno facendo scendere la media di figli per donna da 1,24 a 1,20. Tra le regioni più fertili del paese, spicca la Sicilia con la media di 1,32 figli per donna, ma è la provincia autonoma di Bolzano la più fertile d’Italia con 1,65 figli per donna. Altro dato importante è l’età media in cui si hanno i figli, che è al di sopra dei 30 anni e questo compromette anche il numero di gravidanze senza rischi. La popolazione italiana attualmente è di 58 milioni e 990 mila persone, ma entro il 2080 si potrebbe arrivare a 48 milioni. Una prospettiva che andrebbe a modificare completamente gli asset economici del paese, influendo sulla situazione di ogni singola regione, soprattutto al sud. Per evitare le conseguenze disastrose dell’inverno demografico, c’è bisogno di contromisure forti, che partono innanzitutto da politiche a sostegno della famiglia più efficaci e orientate ai bisogni reali, come asili e asili nido a prezzi accessibili e che possano accogliere più bambini o servizi di baby sitting organizzati bene e con costi in linea con gli stipendi medi.

Calo demografico: conseguenze nelle scuole di 1° e 2° grado

Uno degli effetti più immediati del calo demografico nelle scuole di 1° e 2° grado è l’accorpamento, che costringe le persone che vivono in zone meno abitate a spostarsi più a lungo per raggiungere la scuola. Il doversi spostare è un ostacolo anche alla scelta delle scuole superiori perché magari si opta per un indirizzo scolastico che non convince appieno lo studente ma che è più facilmente raggiungibile, aumentando così il malcontento e facilitando a volte l’abbandono. In Sicilia ci si sta opponendo con una raccolte delle firme all’accorpamento di circa 30 scuole che vedrebbero anche l’annullamento di alcune dirigenze. Con gli accorpamenti infatti si rischiano anche tagli al personale, con la conseguenza di non offrire più un servizio di qualità e un impegno più dispendioso per il personale che rimane attivo.

Le conseguenze del calo demografico sulle università

 La diminuzione delle nascite ha delle ripercussioni anche sull’università in Italia, che già non brilla per numero di laureati. Secondo un report di Mediobanca relativo proprio alla competizione territoriale per affrontare il calo della natalità, nel 2041 ci sarà una riduzione di 500 milioni di euro di introiti per la riduzione degli iscritti. Nei prossimi vent’anni si parla di 415 mila iscritti in meno negli atenei, in particolare al sud, con un calo complessivo del 27,6%. Uno dei fattori che inciderà di più sarà il tempo medio per raggiungere la sede universitaria, che al sud è di 150 minuti. L’alternativa più valida a questo problema è iscriversi all’università telematica, come Unicusano, che propone diverse tipologie di laurea breve da conseguire con la modalità e-learning. In questo modo non ci sarà bisogno di recarsi in sede per seguire le lezioni, ma solo per gli esami, limitando così i disagi dei trasporti e guadagnando tempo. Un’altra causa del calo di iscrizioni è dovuta alla minore ricettività da parte degli atenei del Sud, che, secondo i dati, offrono 1 posto ogni 9 studenti fuorisede.