La condizione nella quale, a distanza di due anni, continua a versare il territorio della provincia di Messina, colpito dall’alluvione del 1 ottobre 2009, è testimonianza del modo in cui il governo centrale, fino ad oggi, guarda la nostra terra, quasi come un “corpo estraneo”, un fastidio. Tutto sembra denotare il disinteresse e lo spregio, come se fosse un inutile spreco di risorse preservare questo territorio dalla possibilità che eventuali calamità possano causare ulteriori disastri o, peggio ancora, come se i sopravvissuti alla tragedia non fossero degni di considerazione e di aiuto. E quando si parla di aiuto non si intende certo “elemosina” ma supporto, indirizzo, investimento.
E mentre si fa un gran parlare dell’Italia che crolla, ancora una volta le vittime (tante), la devastazione e la disperazione che hanno colpito la Sicilia non sembrano degne di rispetto ed attenzione. Nello specifico si guarda alla tragedia di Giampilieri e delle zone limitrofe, come la terra di nessuno, una porzione d’Italia abbandonata, considerata quasi non meritevole di aiuto, sotto i riflettori sul momento, dimenticata poi.
Il governo nazionale, che sino a ieri poteva decidere ed ha deciso (con l’indifferenza) per le sorti degli alluvionati della provincia di Messina, non ha mai dato attenzione e rispetto per la disperazione delle centinaia di famiglie che nei tragici fatti dell’1 ottobre 2009 hanno perduto la propria abitazione, i propri affetti ed anche le proprie certezze.
Nello specifico nessun riguardo per dolore e disperazione da parte dell’ormai ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che ha usato quale passerella la tragedia e le lacrime dei sopravvissuti salvo poi dimenticarsene tornato a Roma. Un copione che si è ripetuto anche per la tragedia che ha colpito l’Aquila.
Stranamente tempestiva, invece, l’azione del governo in Veneto, lo scorso autunno, quando l’esondazione del Bacchiglione colpì duramente la provincia di Vicenza. Berlusconi in quell’occasione venne esibito come un trofeo da Bossi e Zaia a garanzia dello stanziamento immediato di fondi post alluvione, che puntualmente sono giunti nelle casse della regione Veneto senza alcun ostacolo burocratico o difficoltà per la Ragioneria dello Stato o per il Dipartimento dell’economia.
Allora nessuno osò rivolgersi ai veneti accusandoli di essere complici del disastro, mentre risuonano ancora nella mente di ogni cittadino messinese le parole, sprezzanti, del Capo della Protezione civile Guido Bertolaso: “Se la sono cercata” , come ebbe a dire nelle ore immediatamente successive alla tragedia.
Oggi è la Liguria al centro dell’emergenza; anche in questo caso sono stati immediatamente stanziati i fondi per la ricostruzione, mentre per Giampilieri e l’area dei Nebrodi, le deroghe al patto di stabilità non sembrano essere egualmente flessibili. Tutto ciò, nonostante l’attività dal Governo Regionale, unico soggetto attivo nella vicenda, e per la quale auspico che l’impegno profuso vada anche in parte a buon fine, con lo stanziamento degli opportune risorse economiche.
Non si tratta di una guerra tra disperati o peggio ancora, come qualcuno auspica, tra italiani, ma un dato è certo: l’indifferenza generale verso questa porzione di terra ed i suoi abitanti, fa sì che alla disperazione succeda la rabbia.
Una rabbia che trova spiegazione nella disparità di trattamento oltre - insieme al blocco dei fondi da parte della Ragioneria dello Stato a causa dei vincoli introdotti nel nuovo patto di stabilità per il 2011 - al delinearsi delle prime responsabilità nell’inchiesta aperta dalla procura della Repubblica di Messina, che ha iscritto nel registro degli indagati venti persone tra amministratori locali, dirigenti cittadini e funzionari della Protezione Civile per disastro colposo ed omicidio colposo plurimo.
Il dato che sembra tragicamente emergere dall’inchiesta è quello dell’assoluta mancanza di interventi per la messa in sicurezza e la prevenzione di quelle aree, la cui urgenza e necessità si era palesata sin dal 25 ottobre di due anni prima, quando un evento franoso aveva colpito quegli stessi territori.
Un primo importante segnale di fragilità del territorio, che avrebbe dovuto spingere coloro che ricoprivano ruoli di responsabilità ad agire immediatamente per scongiurare nuovi eventi franosi.
In questi anni quasi nulla è stato fatto e la tragedia del 2009 diviene il palese segnale dell’esistenza di responsabilità politico- amministrative.
L’inchiesta condotta dalla magistratura farà il proprio corso ed accerterà tutte le eventuali responsabilità; rimangono, tuttavia, evidenti, a prescindere da quella che sarà la verità processuale, le molte carenze di una classe dirigente, sulla quale gravava l’obbligo di porre in essere tutti i provvedimenti e gli interventi necessari, affinché la tragedia dell’1 ottobre 2009 non si verificasse o, sarebbe meglio dire, non si ripetesse.
Il Coordinatore cittadino di Futuro e Liberta’ per l’Italia
Nello Pergolizzi