Oceano, Cgil, sulla crisi di Messina e del Mezzogiorno

Pubblicato il 29/10/11

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(29 ott'11) - Le numerose analisi, le statistiche e i focus sullo stato dell’economia e dell’occupazione prodotti negli ultimi mesi da Istituzioni ed organizzazioni autorevoli, restituiscono tutti risultati omogenei e allarmanti sulle condizioni di famiglie e lavoratori, soprattutto nel Mezzogiorno, e per le giovani generazioni.

Questi studi ci consegnano preoccupanti e drammatiche conferme alle analisi avanzate, sin dal 2008, da alcuni, e tra questi dalla CGIL, sulle conseguenze di questa crisi economica per il Paese e sugli effetti che avrebbe prodotto in Sicilia e nella Provincia di Messina. Quando molti negavano la crisi o sostenevano che non avrebbe colpito il nostro territorio, noi segnalavamo già i primi effetti su aziende e lavoratori della nostra realtà e chiedevamo – inascoltati – interventi immediati a sostegno del tessuto produttivo e dell’occupazione.
La Banca d’Italia, l’Istat, il Censis, lo Svimez, la Caritas – Fondazione Zancan, Unioncamere, Confartigianato, Datagiovani ed altri, ci forniscono un quadro dettagliato del dramma sociale nel quale è precipitato il Paese e del fatto che a pagare il prezzo più alto siano il Sud e i giovani.

Nel Mezzogiorno si allarga il gap infrastrutturale, economico ed occupazionale. In Italia negli ultimi 10 anni la spesa corrente del settore pubblico è cresciuta dal 37,3 al 41,4%, nello stesso periodo al Sud, la stessa voce diminuisce dal 31,3 al 30,7. Questo trend ha subito una ulteriore brusca accelerazione con le ultime due manovre per i tagli alle P.A. che sono stati più pesanti nelle realtà meridionali, nella scuola soprattutto in Sicilia e nella provincia di Messina. Sempre al Sud negli ultimi 3 anni sono stati azzerati gli stanziamenti dello Stato per investimenti, dirottando queste risorse al Nord. Anche le grandi imprese pubbliche nazionali- FS, ENEL, ENI, POSTE, EX IRI-, realizzano investimenti in conto capitale al Sud solo per il 26% contro il 74% del Centro-Nord. Il taglio dei fondi FAS, previsto dalle manovre correttive del 2010 e del 2011, riduce del 60% le risorse disponibili. Tutto ciò, insieme al rinvio sine die della loro assegnazione alle regioni del Mezzogiorno e al mancato cofinanziamento statale ai progetti Europei, ha sostanzialmente interrotto da tre anni a questa parte il flusso finanziario di tali risorse impedendone al contempo la programmazione con i pericoli di perdita di tali finanziamenti che si sommano alla strutturale incapacità dei Governi locali di mettere in campo una adeguata progettazione. Il risultato evidente, oltre ad una gravissima carenza di soldi nelle casse regionali, è l’allargarsi della forbice infrastrutturale tra Nord e Sud: linee ferroviarie, strade e autostrade, porti e aeroporti restano fermi alle condizioni di 30 o più anni fa, determinando una condizione di inadeguatezza infrastrutturale assoluta e relativa, sia rispetto al Centro-Nord che rispetto ad alcuni dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Ciò contribuisce significativamente a fare dei nostri territori luoghi con una inferiore qualità della vita – ne abbiamo ogni anno conferme dalle varie classifiche che ci vedono sempre agli ultimi posti – e li rende per nulla attrattivi in termini di sviluppo. E’ necessario sapere che quando si resta fermi nelle infrastrutture in realtà si arretra velocemente. La mancata modernizzazione della rete ferroviaria al Sud e il taglio dei convogli merci e passeggeri  rendono il treno, nelle nostre aree, un mezzo di trasporto non idoneo a soddisfare le esigenze di individui e imprese. Questo da un lato penalizza i nostri standard di vita,  dall’altro peggiora le opportunità del territorio, sia per qualità degli spostamenti  sia rispetto alla scelta delle imprese di realizzare investimenti in questi territori. Non è quindi un caso se dal 2008 al 2010 su 533.000 occupati in meno, ben 281.000 erano occupati del Sud  e  252.000 del Centro-Nord. Sottolineo, Centro-nord.

Messina
Con questi presupposti strutturali ed economici la conseguenza immediata è il calo dell’occupazione. Nel nostro territorio il fenomeno ha coinvolto per primo un settore “sentinella” come quello delle costruzioni, colpito dal crollo nella realizzazione di opere pubbliche per infrastrutture e, nel settore dell’edilizia, dal venir meno di capitali per investimenti da parte dei privati. Successivamente sono stati intaccati i settori dell’industria e dei servizi – in quest’ultimo sia sul versante dei dipendenti che delle aziende -, che nella prima fase hanno fatto ricorso agli ammortizzatori sociali ma che con il perdurare della crisi tendono a espellere manodopera dai processi produttivi o addirittura a cessare l’attività. Un discorso a parte merita poi la condizione dei giovani e delle donne. Se la crisi finanziaria prima e quella produttiva poi hanno determinato un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali e il licenziamento di molti lavoratori, nel caso di giovani e donne i cui rapporti di lavoro sono più spesso caratterizzati da forte precarietà (collaboratori –tempi determinati –partite iva, etc), l’espulsione dal lavoro è avvenuta per mancato rinnovo dei contratti via via che questi giungevano a scadenza, senza alcuna possibilità di trovare un’altra opportunità occupazionale. Così nella provincia di Messina – come nell’intero Mezzogiorno – si è registrata una forte emorragia di posti di lavoro tra queste categorie più deboli. Emorragia silenziosa senza vertenze, scioperi, titoli di giornali. Frutto della quasi assoluta assenza di diritti per le tipologia contrattuali precarie e della solitudine cui sono condannati migliaia di giovani donne e uomini. Nel caso delle donne la precarietà dell’occupazione è una caratteristica che non si limita alle sole fasce giovanili.  Alcuni dati: rispetto al 2007, anno prima della crisi, nella provincia di Messina si sono persi 13 mila posti di lavoro, il tasso di occupazione è sceso dal 37,2% del 2007 al 34,8%; i disoccupati sono cresciuti di 7 mila unità, passando, per il medesimo periodo, dal 10,4% al 13,5%. Il fenomeno nuovo è la crescita degli inattivi – cioè di coloro che non hanno un lavoro né lo cercano spesso per scoraggiamento, la rinuncia a cercarlo per la pratica impossibilità di trovarne uno -, la categoria è cresciuta dal 2007 al 2010 di 10 mila unità, passando dal 58,4% al 59,8%. Questi i dati generali. Se passiamo però ad un’analisi più attenta vediamo come in realtà il tasso di occupazione sia addirittura cresciuto nella fascia di età tra 55 e 64 anni (dal 33,2% al 38, 5%) mentre diminuisce ben più della media provinciale nella fascia tra 25 e 34 anni (dal 55,1% al 44,4%). Discorso analogo per il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni che aumenta del 6%. Gravemente penalizzata è anche la condizione femminile. Il tasso di disoccupazione delle donne nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni è cresciuto sempre tra il 2007 e il 2010 dell’11% contro il 3% dei maschi. Ciò nonostante la maggiore scolarizzazione ed il più alto numero di donne laureate rispetto all’altro sesso. Una debolezza, quella dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro, che si riscontra anche all’interno dei cosiddetti contratti atipici. Se raffrontiamo il 2009 e il 2010, possiamo osservare come il calo del numero di “collaboratori” colpisca maggiormente i giovani tra i 25 e i 39 anni e le donne.

Questo è ciò che è avvenuto. Se guardiamo alle previsioni occupazionali per Messina, purtroppo le notizie non sono migliori. Secondo i dati di Unioncamere, analizzati in due diversi studi da Datagiovani e da Confartigianato, le assunzioni di giovani previste dalle imprese nel Mezzogiorno per il 2011 saranno addirittura inferiori a quelle del 2010 ( meno 8%). Messina, agli ultimi posti, spicca - nelle previsioni 2011 - per un calo del 28,5% (sul 2010) delle assunzioni totali previste e per una ulteriore diminuzione della percentuale di giovani assunti sul totale delle assunzioni sul 2010 (meno 19.3%). Il raffronto col 2008 è addirittura drammatico, meno 62,2%.

La crisi economica colpisce duramente l’intero Paese ed in maniera più pesante il Mezzogiorno anche per responsabilità del Governo nazionale che non affronta il nodo della crescita e dello sviluppo e che compie, quotidianamente, scelte in favore del nord del Paese abbandonando il Sud al declino infrastrutturale e alla desertificazione produttiva. In questo quadro la provincia di Messina subisce conseguenze ancora più gravi e denuncia una condizione di maggiore difficoltà per famiglie e lavoratori e imprese, scivolando sempre di più verso il fondo delle classifiche nazionali. In questo più ripido declino rispetto ad altre aree del Paese, ci sono responsabilità evidenti della classe dirigente politica del nostro territorio, spesso irridente verso chi segnala e denuncia le condizioni di disagio dei lavoratori e delle imprese, la inadeguatezze delle scelte compiute nei Palazzi. Amministratori e politici che non hanno la capacità o la voglia di immaginare un futuro di crescita e di sviluppo del nostro territorio. Le differenze nelle opportunità sono determinate anche dalle scelte che in quel territorio si compiono in materia di infrastrutture materiali e immateriali, nella idea di crescita e di sviluppo, nella qualità dei servizi pubblici e nella presenza di un robusto sistema di welfare, dalla capacità di intercettare risorse statali e comunitarie attraverso una adeguata capacità di progettazione strategica, dal sistema di incentivi alle vocazioni produttive, nella capacità di sostenere e investire in cultura istruzione e ricerca scientifica, nella volontà di scommettere su nuove tecnologie, economia verde, energie rinnovabili, nello spazio e nelle opportunità che si danno alle nuove generazioni. Chi attualmente amministra le nostre comunità non ha prodotto una sola idea sullo sviluppo economico del territorio, sulla progettazione di nuove infrastrutture, sulla vocazione economica, sul miglioramento della gestione dei servizi pubblici. Se non limitandosi a completare opere pensate e progettate tra 40 e 30 anni fa, senza progettarne di nuove e senza definire in alcun modo un progetto di crescita economica. Oppure subendo supinamente l’idea totalizzante del Ponte, bloccando e impedendo qualsiasi altra discussione sul futuro della città e dell’intera provincia. Le idee sono l’unica cosa che in un periodo di crisi un territorio può permettersi senza fare economia. Questa classe dirigente si sottrae sistematicamente a qualsiasi confronto e a qualsiasi discussione, dalla gestione ordinaria alla programmazione strategica. Non si confrontano col sindacato ma neppure con le imprese, né con i partiti, neanche con le varie espressioni della società civile. E il sindacato, le imprese, i partiti, la società civile devono trovare insieme il modo di costringerli al confronto, per dare una opportunità al nostro territorio, un futuro ai nostri figli, un presente dignitoso a tutti noi.

CGIL Messina


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